Mi chiamo Paolo Tamburella,
anzi Paolo William Tamburella.
Inizierò parlando di un progetto
che ho portato alla scorsa biennale
di Venezia nel 2009
che si chiama 'Djahazi'.
Questa foto è una foto che ho trovato
su Internet, scattata nelle isole Comore.
Le isole Comore sono
tra il Madagascar e il Mozambico
e queste barche erano utilizzate
dai portuari delle isole Comore
per portare i container.
Leggendo l'articolo collegato
a queste immagini
ho scoperto che l'utilizzo
di queste barche
era stato proibito
dal presidente delle isole Comore
per modernizzare il porto,
allora sono partito e sono andato
nelle isole Comore per capire
che cosa fosse successo alle barche
e soprattutto ai portuari
del porto di Moroni.
Nel porto di Moroni, ho trovato questo:
tutte le barche abbandonate,
i portuari avevano perso
completamente il lavoro,
ed erano lì nel porto
senza avere nulla da fare.
Vedere le barche in quella condizione
mi ha fatto venire voglia
di fare immediatamente qualche cosa.
Abbiamo preso una di queste barche
dopo aver contattato il padrone.
Parlando con il padrone, gli ho detto
che volevo mettere a posto la barca.
Lui mi ha detto:
"Ma perché?
Tanto queste barche
non le possiamo usare più".
Ho detto: "Vabbè,
comunque è un peccato
che muoia così una barca,
bisogna cercare almeno di sistemarla".
Lavorando giorno e notte,
nel vecchio porto di Moroni,
abbiamo preso una di queste barche,
l'abbiamo trascinata nel porto nuovo,
ma mentre ero lì nel porto,
una persona del governo è venuta
da me chiedendomi che cosa stessi facendo,
perché stessi mettendo a posto le barche.
Allora gli ho spiegato che mi sembrava
un tale peccato
che la barca si rovinasse
in quella maniera
e con la barca una tradizione morisse.
Lui ha detto: "Hai ragione".
In realtà loro erano i colpevoli
perché erano loro che avevano proibito.
Ha detto: "Ma che ci si può fare
con questa barche?"
Ho detto: "Beh, non so,
per esempio si potrebbe
prendere e portarle a Venezia".
E lui ha detto: "Beh, parliamone".
Allora io sono andato in Italia,
ho parlato con quelli della biennale
di Venezia
e loro mi hanno detto:
"Perché non porti le isole Comore
alla biennale di Venezia?"
Ho detto: "Aspetta, forse,
dovrò parlarne ancora
un po' di questa cosa".
Hanno accettato di partecipare
alla biennale di Venezia
con un progetto che criticava
fondamentalmente il governo
quindi era abbastanza interessante.
Abbiamo preso questa barca, aperta, messa
dentro un container e spedita a Venezia.
Contemporaneamente cinque dei portuari
delle isole Comore che avevano perso
il lavoro hanno avuto un visto
per venire a Venezia
a rappresentare il proprio paese.
Questo è l'arrivo della barca
a Marghera
questi sono loro.
Questa è la barca rimontata
cinque giorni prima
dell'opening della biennale.
È arrivato con un mese e mezzo
di ritardo il container.
Questa è la barca ridipinta
e questo è il container.
La cosa divertente è che ho cercato
uno sponsor tecnico per limitare il danno
perché è stata una delle cose più...
ancora devo scappare per questa cosa.
Lo sponsor mi ha detto:
"Sì, però ovviamente vogliamo
il logo della nostra azienda".
Ho detto: "E com'è il logo?"
Capital Forwarding Solutions.
Questo è in giro per Venezia,
e questa è durante il giorno
dell'opening della biennale.
I portuari erano molto contenti
di essere venuti a Venezia
con quest'occasione
e volevano cantare, fare qualche cosa.
La barca era messa di fronte
ai giardini della biennale.
Lui è uno dei portuari.
Vi faccio sentire un video.
Lui è Elia, mio figlio.
Lo stesso lavoro,
cioè il video di lui
che cantava sopra la barca,
l'ho mostrato a Dublino
all'interno di uno spazio industriale
che ho allagato completamente
e ho messo il video della barca,
dimensione naturale,
con sopra Ismail che cantava.
Un turning point,
un momento in cui
è cambiato moltissimo il ruolo
è stato nel 2005.
Io ero a New York da 5 anni.
Ero andato a lavorare con una
gallerista che si chiama Nina Nosei,
una gallerista famosa
per aver scoperto Basquiat.
E quindi nella mia idea
io ero ancora negli anni '80
quando sono arrivato a NY.
Cioè la mia idea era:
arrivo a NY, faccio dei quadri grandi,
vado a cena con Larry Gagosian,
faccio questo, faccio quello.
Dopo 5 anni non ne potevo più
di stare a NY in quella maniera.
Sono andato con mia madre
che per caso è qui, in India
in un posto dove si facevano
le cure ayurvediche
e non ne potevo più manco di essere in un
posto dove si facevano le cure ayurvediche.
Allora sono andato a fare una
passeggiata lungo la spiaggia
ho incontrato dei bambini
che mi hanno chiesto
se gli potessi comprare
un pallone da calcio.
Un bambino mi ha chiesto:
"Di dove sei?"
Ho detto: "Di Roma".
Allora lui ha fatto: "Totti!".
Ho detto allora:
"Facciamo così. Venite domani.
Facciamo 5 squadre di 11 bambini,
facciamo la scritta Totti e io regalerò
a ogni squadra un pallone".
Il giorno dopo sono arrivati i bambini e
abbiamo fatto la scritta Totti.
Sono andato a Trivandrum a
cercare i palloni per i bambini
e sono finito in un negozio di
venditori di palloni: questo.
Dentro il negozio c'erano tutti i palloni
bucati messi da tutte le parti
e gli ho detto:"Ma che cosa ci fate
con questi palloni?"
Lui mi ha detto: "You never know",
non si sa mai.
Beh, dopo aver fatto una trattativa
feroce per dei palloni bucati,
ho preso 14 palloni,
anche palloni nuovi per i bambini,
ho preso 14 palloni bucati e sono andato
da dei ciabattini per strada chiedendogli
di aprire palloni e cucirli insieme.
Nel momento in cui ho aperto il pallone,
è stata una cosa...
quello è stato vero il turning point
del mio lavoro.
Mi sono reso conto che dietro gli oggetti
ci sono delle persone che li realizzano.
Era una cosa a cui non avevo mai pensato.
Loro si sono molto divertiti.
Non capivano
perché stessero cucendo
questi palloni all'inizio
e io gli ho detto:
"Ci voglio fare un campo da calcio
fatto di palloni".
Questa è la primissima opera.
L'anno successivo, grazie a un
produttore che si chiama Bruno Mercuri,
sono tornato con l'idea di fare un film
ma soprattutto un viaggio con un camion,
attraverso l'India,
a cercare tutti i palloni bucati
che riuscivo a trovare.
Ho fatto 4400 km, 7 stati indiani.
We need punched, old, broken footballs
and we'll arrange a good exchange.
Questo in tutte le lingue.
Però come vedete il calcio non era
proprio il gioco forte degli indiani.
Durante il viaggio ho collezionato
altre immagini
da cui è nato un film-documentario
che si chiama "The football hunters".
Anche tutte immagini
della costruzione dell'opera.
Questa è l'opera.
Ma l'interesse per la new creative economy
è tornato un'altra volta recentemente
in Bangladesh
dove ero stato invitato
per un international workshop
da un'associazione
che si chiama Britto Arts Trust.
In una città che si chiama Panam,
costruita nel '700,
ho trovato tutti i palazzi meravigliosi
abbandonati.
Eravamo 10 artisti da tutto il mondo.
Ognuno di noi doveva fare un intervento
in questo posto.
I palazzi erano abitati da persone
che si erano infilate dentro
vivendo nei palazzi così.
Ma più di tutti mi ha colpito un palazzo:
questo.
Al piano terra di questo palazzo
c'era un signore,
che si chiamava Rahim, che aveva
aperto un negozio di polli.
Parlando con lui, e qui ci colleghiamo
col discorso di new creative economy,
parlando con lui ho scoperto
che il suo business andava molto male.
Allora gli ho proposto di fare una
grande apertura del palazzo di polli.
Allora l'ho aiutato dipingendo
una nuova insegna.
Ho fatto fare una luce a forma di gallo
e soprattutto sono andato a comprare ceste
che vengono utilizzate
in Bangladesh per portare polli.
E per dare un'immagine di ricchezza,
di prosperità del suo business,
per attirare l'attenzione del paese,
e vi assicuro che ci siamo riusciti
perché è arrivata una quantità di
persone impressionante,
ho coperto tutto il palazzo di ceste,
però lui diceva:
"Sì, ma io che ci guadagno?
Sì, la pubblicità, tutto quanto".
Ho detto: "Va bene, ti compro mille uova.
Mi sembrava una cosa carina da dirgli".
Insieme alle altre persone di Panam
abbiamo preso le uova
e abbiamo fatto un scritta in bengali.
La scritta "jibon" che vuol dire vita.
Però dopo che si faceva con queste uova?
Una volta messo le uova...
Allora ho sparso la voce e ho detto:
"Guardate, venite a prendere le uova
alla fine del lavoro",
e anche lì è successo veramente
il delirio.
Però devo dire che è stata incredibile
la delicatezza iniziale,
poi dopo è successo il delirio.
Ma la delicatezza iniziale con cui
le persone sono venute a prendere le uova.
Questa era la veglia,
questo qui è il progetto.
Non ho molto altro da dire,
questo è il mio lavoro.
(Applausi)