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TEDxEast - Sarah Kay - Quante vite possiamo vivere?

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    (Canta) Vedo la luna. La luna vede me.
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    La luna vede qualcuno che io non vedo.
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    Dio benedica la luna, e Dio benedica me,
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    e Dio benedica quel qualcuno che non vedo.
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    Se vado in paradiso prima di te,
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    farò un buco e ti tirerò su.
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    E scriverò il tuo nome su ogni stella,
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    in questo modo il mondo
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    non sembrerà così lontano.
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    L'astronauta oggi non va al lavoro.
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    Ha freddo e si è ammalato.
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    Ha spento il cellulare, il portatile, il cercapersone, la sveglia.
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    Un grasso gatto giallo dorme sul suo divano,
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    la pioggia cade sulla finestra,
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    e non c'è neanche un accenno di caffè nell'aria, in cucina.
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    Sono tutti nel pallone.
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    Gli ingegneri al 15° piano hanno interrotto il lavoro sull'acceleratore di particelle.
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    La stanza senza gravità ha una fuoriuscita
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    e perfino il ragazzo lentigginoso con gli occhiali,
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    il cui solo compito è portar fuori la spazzatura, è nervoso,
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    fruga nella busta, fa cadere una buccia di banana e un bicchiere di plastica.
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    Non se ne accorge nessuno.
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    Sono troppo occupati a ricalcolare cosa significhi tutto questo in termini di tempo perso.
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    Quante galassie perdiamo al secondo.
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    Quanto tempo prima di poter lanciare il prossimo razzo, da qualche parte.
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    Un elettrone spicca il volo dalla propria nube energetica.
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    Esplode un buco nero.
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    Una madre finisce di apparecchiare per cena.
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    Sta iniziando una maratona per l'ordine pubblico.
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    L'astronauta dorme.
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    Ha dimenticato di spegnere l'orologio,
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    che ticchetta con un battito metallico contro il suo polso.
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    Ma lui non sente.
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    Sogna plancton e barriere coralline.
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    Con le dita cerca il cuscino: la sua maschera per le immersioni.
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    Si gira su un lato. Apre gli occhi all'istante.
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    Pensa che i sommozzatori abbiano il lavoro più bello al mondo.
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    Così tanta acqua in cui fluttuare!
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    (Applausi)
  • 2:31 - 2:33
    Grazie.
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    Quando ero piccola, non potevo comprendere il concetto
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    per cui dobbiamo vivere una vita sola.
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    Non parlo per metafora.
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    Intendo dire letteralmente che avrei potuto fare
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    tutto quel che c'era da fare
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    ed essere tutto ciò che si poteva essere.
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    Non era che questione di tempo.
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    Non c'erano limitazioni di età, sesso,
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    razza, e perfino epoca.
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    Ero certa che avrei prima o poi provato davvero
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    cosa significhi essere un leader del movimento dei diritti civili,
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    o un bambino di 10 anni che vive in una fattoria durante le tempeste di polvere degli anni '30,
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    o un imperatore della dinastia Tang in Cina.
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    Mia mamma dice che quando le persone chiedevano
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    cosa avrei voluto fare da grande, la mia risposta era generalmente principessa-ballerina-astronauta.
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    Quello che non capiva è che non stavo cercando di inventare una combinazione di super-professioni.
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    Stavo elencando ciò che credevo sarei diventata:
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    una principessa, una ballerina, un'astronauta.
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    E sono sicura che l'elenco non si fermava lì,
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    ma spesso lo accorciavo per comodità.
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    Poter fare o meno qualcosa era assolutamente fuori di dubbio, per me era solo una questione di tempo.
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    Ed ero certa che avrei fatto tutto,
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    il che probabilmente significava che dovevo agire velocemente,
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    perché c'erano tante cose che avrei desiderato fare.
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    La mia vita si svolgeva in un costante stato di fretta.
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    Avevo sempre paura di rimanere indietro.
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    E per quanto ne sapevo, dato che sono cresciuta a New York,
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    andare di corsa era piuttosto normale.
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    Ma crescendo ho avuto una presa di coscienza angosciante:
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    che non avrei vissuto più di una vita.
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    Sapevo solo come ci si sentiva a essere una ragazza adolescente
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    a New York,
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    e non un mio coetaneo neozelandese,
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    né una reginetta del ballo nel Kansas.
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    Potevo vedere solo dal mio obiettivo ed è stato più o meno allora
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    che le storie hanno iniziato a ossessionarmi,
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    poiché tramite le storie potevo vedere
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    con gli occhi di qualcun altro, per quanto brevemente e in modo imperfetto.
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    E ho iniziato a desiderare di ascoltare le esperienze degli altri
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    perché ero così gelosa del fatto che ci fossero vite intere
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    che non avrei mai vissuto, e volevo conoscere
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    tutto quello che mi stavo perdendo.
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    E per proprietà transitiva, ho capito
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    che alcune persone non avrebbero mai saputo cosa si prova
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    a essere un'adolescente a New York.
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    E quindi non avrebbero saputo
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    come ci si sente ad andare in metro dopo il tuo primo bacio,
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    o come si fa tutto silenzioso quando nevica,
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    e avrei tanto voluto che lo sapessero, volevo dirglielo
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    ed ecco che questo è diventato il fulcro della mia ossessione.
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    Ho iniziato a raccontare storie, a condividerle e a raccoglierle.
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    Ed è solo da poco che ho capito
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    che non posso sempre mettere fretta alla poesia.
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    Aprile è il mese nazionale della poesia e c'è una sfida
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    a cui partecipano molti poeti della comunità.
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    Si chiama la sfida 30/30.
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    L'idea è di scrivere una nuova poesia ogni giorno per tutto il mese di aprile.
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    L'anno scorso ho provato per la prima volta, ed ero piena di entusiasmo
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    per l'efficienza con cui ero in grado di creare poesie.
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    Ma alla fine del mese ho riguardato le 30 poesie che avevo scritto,
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    e ho scoperto che tutte cercavano di raccontare la stessa storia,
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    e che mi ci erano voluti 30 tentativi per capire in che modo voleva essere raccontata.
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    E mi sono resa conto che questo vale probabilmente per altre storie su scala ancora più vasta.
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    Ci sono storie che ho cercato di raccontare per anni,
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    riscrivendole di continuo e cercando costantemente le parole giuste.
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    Il poeta e saggista francese Paul Valéry
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    diceva che una poesia non è mai finita, ma solo abbandonata.
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    Questo per me è terrificante perché significa
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    che potrei proseguire con modifiche e riscritture per l'eternità, e spetta solo a me decidere
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    quando la poesia è finita e quando posso allontanarmene.
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    Ma questo va contro la mia natura ossessiva che cerca sempre
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    la risposta giusta, le parole perfette e la forma corretta.
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    Io uso la poesia nella mia vita come guida e aiuto per elaborare le cose.
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    Ma solo perché ho concluso una poesia non vuol dire che abbia risolto
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    quello attorno a cui mi stavo arrovellando.
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    Mi piace rivisitare vecchie poesie,
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    perché mi mostra esattamente dove mi trovavo in un dato momento,
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    in che acque stavo navigando, e le parole
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    che avevo scelto come guida.
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    Ora, ho una storia in cui inciampo da anni
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    e non sono certa di aver trovato la forma perfetta,
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    o se questo è solo un tentativo
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    e proverò a riscriverla in un altro momento
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    cercando un modo migliore per raccontarla.
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    Ma so che poi, quando mi guarderò indietro,
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    saprò che questo è il luogo in cui mi trovavo
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    in questo momento, e questo era il vascello che cercavo di governare,
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    con queste parole, qui, in questa stanza, con voi.
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    E dunque... Sorridete.
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    Non è sempre andata in questo modo.
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    Un tempo ci si doveva sporcare le mani.
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    Quando la maggior parte del tempo la passavamo al buio, brancolando
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    e servivano più contrasto, più saturazione,
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    toni scuri ancora più scuri e toni chiari ancora più chiari.
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    Lo chiamavano "sviluppo protratto" e voleva dire passare più tempo
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    a inalare sostanze chimiche, più tempo con le maniche rimboccate.
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    Non è sempre stato facile.
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    Nonno Stewart era fotografo della marina.
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    Giovane, rubicondo, con le maniche arrotolate,
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    due pugni fatti di dita come rotoli di grosse monete,
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    sembrava Braccio di Ferro personificato.
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    Sorrideva di traverso, aveva un ciuffo di pelo in petto,
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    andò alla Seconda Guerra Mondiale con un sorriso compiaciuto e un hobby.
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    Quando gli chiesero se sapesse qualcosa sulla fotografia,
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    mentì, imparò a leggere l'Europa come una mappa,
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    sottosopra, dall'altezza di un aereo da guerra,
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    con la macchinetta che scattava, le palpebre che sbattevano, i neri più neri
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    e i bianchi più bianchi.
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    Imparò la guerra così come leggeva la sua strada di casa.
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    Quando gli altri uomini tornarono, misero le armi a riposo,
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    ma lui portò macchine fotografiche e obiettivi a casa con sé.
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    Aprì un negozio, ne fece un affare di famiglia.
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    Mio padre nacque in questo mondo in bianco e nero.
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    Le sue mani come palle da basket scoprirono i piccoli scatti
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    e i e giri dell'obiettivo nell'inquadratura, della pellicola nella macchina fotografica,
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    delle sostanze chimiche nella vaschetta di plastica.
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    Suo padre conosceva le attrezzature ma non l'arte.
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    Conosceva il nero ma non il bianco.
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    Mio padre scoprì la magia e passò il tempo a seguire la luce.
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    Una volta attraversò il paese per seguire un incendio nella foresta,
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    gli diede la caccia con la macchina fotografica per una settimana.
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    "Segui la luce", diceva.
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    "Segui la luce."
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    Ci sono parti di me che riconosco solo dalle fotografie.
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    L'attico in Wooster Street con i corridoi scriocchiolanti,
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    i soffitti da tre metri e mezzo, i muri bianchi e i pavimenti freddi.
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    Questa era la casa di mia madre, prima che fosse madre.
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    Prima di essere moglie, fu artista.
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    E le uniche due stanze della casa
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    con le pareti che arrivavano su fino al soffitto,
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    e le porte che si aprivano e si chiudevano,
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    erano il bagno e la camera oscura.
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    La camera oscura l'aveva costruita da sola, con lavelli
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    fatti su misura in acciaio inossidabile e un ingranditore da 20x25 cm
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    che andava su e giù con una manovella gigante,
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    un banco di luci dai colori bilanciati,
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    un vetro bianco per vedere le stampe,
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    uno stendino che usciva e rientrava nella parete.
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    Mia madre si era costruita una camera oscura.
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    Ne aveva fatto la sua casa.
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    Si innamorò di un uomo con mani come palle da basket
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    e del modo in cui cercava la luce.
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    Si sposarono. Ebbero una bambina.
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    Si trasferirono in una casa vicino a un parco.
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    Ma tennero l'attico in Wooster Street
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    per le feste di compleanno e le cacce al tesoro.
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    Il bebè rovesciò la scala di grigi.
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    Riempì gli album di foto dei genitori con palloncini rossi
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    e glassa gialla.
  • 9:57 - 10:00
    La bambina divenne una ragazza senza lentiggini,
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    e dal sorriso di traverso,
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    che non capiva perché i suoi amici non avessero camere oscure nelle proprie case,
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    che non vide mai i suoi genitori baciarsi,
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    e non li vide mai stringersi le mani.
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    Ma un giorno, arrivò un altro bebè.
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    Questo qui aveva perfetti capelli lisci e guance di gomma da masticare.
  • 10:15 - 10:17
    Lo soprannominarono patata dolce.
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    Quando lei rideva, lui rideva a voce altissima,
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    spaventava i piccioni sulla scala antincendio
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    E loro quattro vivevano nella casa vicino al parco.
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    La ragazza senza lentiggini, e il bambino patata dolce,
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    il padre come palla da basket e la madre con camera oscura
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    e accendevano candele e dicevano preghiere,
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    e gli angoli delle foto si arricciavano.
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    Un giorno caddero delle torri
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    e la casa vicino al parco divenne una casa sotto la cenere, e così fuggirono.
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    Con gli zaini e sulle biciclette verso camere oscure. Ma l'attico di Wooster Street
  • 10:45 - 10:49
    era costruito per un'artista e non per una famiglia di piccioni
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    e le pareti che non raggiungono i soffiti
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    non riescono a trattenere le grida
  • 10:52 - 10:57
    e così un uomo con mani come palle da basket mise via le sue armi.
  • 10:57 - 11:00
    Non poteva combattere questa guerra e non c'erano mappe a riportarlo a casa.
  • 11:00 - 11:02
    Le sue mani non potevano più tenere la sua macchina fotografica,
  • 11:02 - 11:03
    o le mani di sua moglie,
  • 11:03 - 11:06
    o il proprio corpo.
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    Il bambino patata dolce infilò le mani in bocca fino a farne un purè
  • 11:09 - 11:10
    e poi non ebbe più niente da dire.
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    E così la ragazza senza lentiggini andò a caccia di tesori, da sola.
  • 11:14 - 11:18
    E in Wooster Street, in un palazzo con corridoi scricchiolanti
  • 11:18 - 11:19
    e un attico con un soffitto da 3 metri e mezzo
  • 11:19 - 11:21
    e una camera oscura con troppi lavabi
  • 11:21 - 11:24
    sotto la luce del bilanciamento dei colori, trovò un appunto
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    attaccato alla parete con una puntina, rimasto lì dai tempi prima delle torri,
  • 11:29 - 11:31
    dal tempo prima dei bambini.
  • 11:31 - 11:37
    E l'appunto diceva: "Un uomo ama davvero la ragazza che lavora in questa camera oscura."
  • 11:37 - 11:41
    Ci volle un anno affinché mio padre prendesse di nuovo in mano una macchina fotografica.
  • 11:41 - 11:44
    Alla sua prima uscita, seguì le luci di Natale
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    che punteggiavano le strade di New York.
  • 11:46 - 11:51
    Piccoli punti di luce che lampeggiavano davanti a lui, dal nero più nero.
  • 11:51 - 11:55
    Un anno dopo partì per attraversare il paese per seguire un incendio nella foresta,
  • 11:55 - 11:58
    gli diede la caccia con la macchina fotografica per una settimana,
  • 11:58 - 11:59
    Stava devastando la West Coast
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    divorando camion da 18 pneumatici a ogni passo.
  • 12:01 - 12:03
    All'altro lato del paese,
  • 12:03 - 12:06
    andai a scuola e scrissi una poesia ai margini del mio quaderno.
  • 12:06 - 12:09
    Entrambi abbiamo imparato l'arte di catturare le cose.
  • 12:09 - 12:11
    Forse stiamo imparando anche l'arte di abbracciarle.
  • 12:11 - 12:16
    Forse stiamo imparando l'arte di lasciarle andare.
  • 12:16 - 126:07
    Grazie. (Applausi)
Title:
TEDxEast - Sarah Kay - Quante vite possiamo vivere?
Description:

Sarah Kay, fondatrice del progetto V.O.I.C.E, si esibisce e parla della vita attraverso il racconto, e di come imparare a non mettere fretta alle cose.

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Video Language:
English
Team:
TED
Project:
TEDxTalks
Duration:
12:24
Elena Montrasio approved Italian subtitles for TEDxEast - Sarah Kay - How many lives can you live?
Elena Montrasio accepted Italian subtitles for TEDxEast - Sarah Kay - How many lives can you live?
Elena Montrasio edited Italian subtitles for TEDxEast - Sarah Kay - How many lives can you live?
Daniela Vladimirova added a translation

Italian subtitles

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